21/06/2009

Domenica mattina e campane non se ne sentono

E’ strano che si sia annuvolato mentre non me l’aspettavo (onnipotentistico pensiero), però c’è una strana aria di collina anche se sono accucciato in un’appartamento qualsiasi nel pieno della città.
C’è uno strano richiamo la fuori, silenzioso, un richiamo che lo porta il vento e parte da chissà dove. E’ un cinese, un cinese nella testa, che fa ronzare la sua cucitrice e il suo impercettibile “trac-trac” velocissimo, lo sento, eccome.
Un cane sempre più lontano che abbaia.. il solito cane che c’è dappertutto e gli uccellini… e per fortuna solo quelli… No! … ecco una cornacchia, mi sembrava strano che non se ne sentissero… le hanno rimesse in circolazione per cacciare via i piccioni, mi dicono. Cornacchie telecomandate al servizio del cittadino? Fantascientifico… però, come tutti i piani governativi che non funzionano mai… anche questo ha preso una piega … bislacca. Ora ci sono piccioni e cornacchie in circolazione, e i passerotti, quelli… i più teneri, non ci sono più… per colpa delle cornacchie. E poi i Gabbiani, che li senti solo all’alba … molto presto, che strillano forte per svegliarti e poi più niente, se ne tornano tutti a Piazza Venezia e nelle periferie a volare alti o a ramazzare tra i rifiuti.

In quel richiamo dalla collina, ho sentito anche uno strillo di un bambino e c’è ancora il cinese che armeggia con la sua macchina da cucito nella mia testa e io ho il cellulare scarico da più di un giorno. Ora il pensiero si spacca in due. “Non trovo più il caricabatterie” … “Vorrei del vino bianco ben freddato e una sigaretta”.
Il vino non c’è, le sigarette non le ho più con me, il caricatore di batteria…
se ne starà buono buono sotto un tavolo qualsiasi, impolverato, che aspetta acquattato che la mia mano lo riporti a casa, al sicuro, ben avvinghiato ad una presa amica, con la messa a terra che lo coccola.

06/06/2009

LETTURE D’AUTOGRILL CHE MIGLIORANO (con accanimento) LA VITA (forse)

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La calamita funziona ancora. Basta dare una vigorosa spolverata al magnete ed ecco che il richiamo a queste pagine, riprende a suonare.

Se campassi per quante parole riesca a buttare giù in un anno, sarei morto di fame da un pezzo… magari proprio di fame no, senzatetto di certo.

Un po’ forte come esordio, certo, sarà colpa dell’ io  NON fumo, io Non fumo…

3 giorni che, io NON fumo…

Sarebbe questo un’ottimo argomento su cui dilungarsi ogni giorno, quotidianamente, anche un paio di righe… “il quotidiano racconto di un NeoNonFumatore!!! un NNF!!!... che sembra il verso di un tizio che non riesce a pronunziare quella parola.

 

E se esordisco citando morti di fame e senzatetto… è perché sono ingiustificabilmente nervoso e quindi spiacevole! Bella scusa, facile, scontata… scaduta. Comodissimo, sempre la stessa solfa: “scusate il nervosismo… è che non fumo più”.

 

Ho smesso di fumare quando ho ripreso a leggere… forse il libro sbagliato, un libro famoso, da autogrill, un libro che in autogrill te lo vendono a 10 euro. Scritto da un tizio morto 2 anni fa di vecchiaia, che di certo sarebbe morto molto prima e più povero se avesse continuato a farsi di quattro pacchetti al giorno. Il libro non vale una cicca per chi non ha la minima intenzione di porre fine al vizio, anzi risulterebbe la solita ridicolaggine, su cui BOFFeggiare!

 

Per uno come me che già gironzolava sull’idea di respirare meglio e spurgare i polmoni, tali letture possono collimare con le proprie intenzioni.

Poi ci sono i metodi, a cui credo poco.  Questo libricino aborra i metodi, invita a schivarli, additandoli come palliativi che hanno successo su una percentuale irrisoria di ex-fumatori.

 

Qui il gioco sembra semplice, è una tossicodipendenza e agli spunti che da il libro io aggiungo i miei. Ne sguaino un paio dal fodero, in ordine casuale, sia ben chiaro:

 

1)Nel medioevo non fumavano e se ne poteva fare a meno. Erano goderecci e se la godevano senza tabacco lo stesso.

2)Prima che io iniziassi a fumare, campavo bene e non ero per nulla attratto dalla “sigarola”.

 

“Io non fumo, scusate, e non me ne importa niente … esco un attimo” (un po’ psicopatico… qui finisce in tragedia)

 

Socchiudo la porta, me ne vado ad autoconvicermi a zonzo, con il libricino dell’autogrill sotto il braccio che in caso di astinenza sfoglierò cercandovi la forza, come fosse Bibbia o Vangelo, a seconda.

22/12/2008

L'obolo per il Natale

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Non saprei se sia più facile tenere a mente “Pico” o “Picolit”. Considerando però che le associazioni enogastronomiche sono quelle che mi riescono meglio e che qualunque nome o termine, anche di un certo interesse, non riesce proprio a fissarsi nella mia memoria allagata. Ho scelto “Picolit”, per ricordarmi “Pico”. Pico è un piccolo paese piuttosto anonimo attraversato da una strada statale che collega Gaeta all’autostrada. Picolit è semplicemente, e mi si passi “semplicemente”, un vino liquoroso molto gradito da certi papi di un certo tempo (cultura spicciola da enoteca). Fattostà a Pico mi ci trovavo in una delle mie “scorribande” lavorative, uno di questi giorni, in una mattinata di quelle in cui l’altalenarsi del bel tempo con pioggie improvvise e violente, costruisce nel cielo dei quadri di una meraviglia che impressiona. Per questo ogni scusa è buona per fermarsi a guardare questi miracoli del cielo. La scusa, ma in questo caso è meglio definirla l’esigenza di un caffè, mi obbligano la sosta a Pico, poco fuori Pico, dopo il centro, pieno di bar, ma affollato di auto accatastate. Ecco, tediarmi nell’ affrontare parcheggi azzardati con la mia auto impolverata che ha il volante talmente pesante da sembrare un timone, proprio non mi piace, meglio attendere il prossimo paese piuttosto che obbligarsi una sosta di poco più di un minuto per ingozzarsi di un caffè e correre per soccorrere un anonimo automobilista che impreca contro di me, per aver messo la mia auto impolverata in mezzo al suo passo. E visto che ai miei morti ci tengo, se proprio uno deve bestemmiarci contro, preferisco lo faccia per questioni più eroiche di un’auto in seconda fila.

 

Fortuna volle che poco dopo ci fosse un anonimo bar da poco ristrutturato (con un gusto non proprio raffinato) per ospitare in un comodo parcheggio la mia “barca”, e la mia occorrenza di caffè. (stavo per scrivere bisogno, ma la mia necessità di sinonimi mi obbliga sempre una sosta per riflettere). Consumo il caffè sbirciando su di un televisore impiccato al soffitto, quelle ragazze “amiche di Maria” che urlano sempre e che si vestono in modo insopportabile. Ci siamo quasi alla sigaretta fuori, che è un bel piacere nonostante sia un bel po’ freddo. Esco e lascio il bar deserto, se non fosse per la titolare dietro al bancone (che nel frattempo aveva cambiato canale).

 

Ecco che ti spunta lui, quello delle mollette con i soldi aggrappati, che li lanciavi dalla finestra con la speranza di prenderlo in testa. Quello che si sente due isolati un po’ più in la e fa un gran casino. In Scozia ne esistono parecchi, ma hanno un’aria più …. Leggendaria. Li non so come li chiamino… l’ultimo che ricordo era “immortale”… qui li chiamano…Zampognari.

 

Ecco che ti arriva con lo strumento, e mi lancia un gran “buongiorno!”. Apprezzo e ricambio. Entra nel bar d ed ecco che parte la Zampogna. PPPPRRRRRAAAAA !!!! Meraviglioso, s’è messo a suonare nel bar deserto, magari per farsi offrire il caffè. Fuori c’è sempre quel cielo dipinto che con quei suoni accavallati è un gran bel piacere. La sigaretta finisce, prendo la moneta per il messo del Natale e attendo che esca. Ha smesso di suonare da un po’ ma non è uscito subito, son passati un paio di minuti, il tempo di un caffè, magari offerto come obolo al suonatore.

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