L’obolo per il Natale

zampognaro1[1].JPG

Non saprei se sia più facile tenere a mente “Pico” o “Picolit”. Considerando però che le associazioni enogastronomiche sono quelle che mi riescono meglio e che qualunque nome o termine, anche di un certo interesse, non riesce proprio a fissarsi nella mia memoria allagata. Ho scelto “Picolit”, per ricordarmi “Pico”. Pico è un piccolo paese piuttosto anonimo attraversato da una strada statale che collega Gaeta all’autostrada. Picolit è semplicemente, e mi si passi “semplicemente”, un vino liquoroso molto gradito da certi papi di un certo tempo (cultura spicciola da enoteca). Fattostà a Pico mi ci trovavo in una delle mie “scorribande” lavorative, uno di questi giorni, in una mattinata di quelle in cui l’altalenarsi del bel tempo con pioggie improvvise e violente, costruisce nel cielo dei quadri di una meraviglia che impressiona. Per questo ogni scusa è buona per fermarsi a guardare questi miracoli del cielo. La scusa, ma in questo caso è meglio definirla l’esigenza di un caffè, mi obbligano la sosta a Pico, poco fuori Pico, dopo il centro, pieno di bar, ma affollato di auto accatastate. Ecco, tediarmi nell’ affrontare parcheggi azzardati con la mia auto impolverata che ha il volante talmente pesante da sembrare un timone, proprio non mi piace, meglio attendere il prossimo paese piuttosto che obbligarsi una sosta di poco più di un minuto per ingozzarsi di un caffè e correre per soccorrere un anonimo automobilista che impreca contro di me, per aver messo la mia auto impolverata in mezzo al suo passo. E visto che ai miei morti ci tengo, se proprio uno deve bestemmiarci contro, preferisco lo faccia per questioni più eroiche di un’auto in seconda fila.

 

Fortuna volle che poco dopo ci fosse un anonimo bar da poco ristrutturato (con un gusto non proprio raffinato) per ospitare in un comodo parcheggio la mia “barca”, e la mia occorrenza di caffè. (stavo per scrivere bisogno, ma la mia necessità di sinonimi mi obbliga sempre una sosta per riflettere). Consumo il caffè sbirciando su di un televisore impiccato al soffitto, quelle ragazze “amiche di Maria” che urlano sempre e che si vestono in modo insopportabile. Ci siamo quasi alla sigaretta fuori, che è un bel piacere nonostante sia un bel po’ freddo. Esco e lascio il bar deserto, se non fosse per la titolare dietro al bancone (che nel frattempo aveva cambiato canale).

 

Ecco che ti spunta lui, quello delle mollette con i soldi aggrappati, che li lanciavi dalla finestra con la speranza di prenderlo in testa. Quello che si sente due isolati un po’ più in la e fa un gran casino. In Scozia ne esistono parecchi, ma hanno un’aria più …. Leggendaria. Li non so come li chiamino… l’ultimo che ricordo era “immortale”… qui li chiamano…Zampognari.

 

Ecco che ti arriva con lo strumento, e mi lancia un gran “buongiorno!”. Apprezzo e ricambio. Entra nel bar d ed ecco che parte la Zampogna. PPPPRRRRRAAAAA !!!! Meraviglioso, s’è messo a suonare nel bar deserto, magari per farsi offrire il caffè. Fuori c’è sempre quel cielo dipinto che con quei suoni accavallati è un gran bel piacere. La sigaretta finisce, prendo la moneta per il messo del Natale e attendo che esca. Ha smesso di suonare da un po’ ma non è uscito subito, son passati un paio di minuti, il tempo di un caffè, magari offerto come obolo al suonatore.

L’obolo per il Nataleultima modifica: 2008-12-22T11:08:52+00:00da il_boidi
Reposta per primo quest’articolo

5 pensieri su “L’obolo per il Natale

  1. I grandi artisti si accontentano magari di un caffè….da noi ormai ne girano pochi di questi girovaghi.
    Felice di risentirti e di rileggerti…per Natale ormai è tardi, ma per un felice anno ce lafaccio ancora…magari felice e foriero di post.
    Giorgio.

  2. Ci credi? Nella mia lunga vita non ne ho mai visto uno, nè tantomeno ho avuto l’opportunità (fortuna?) di sentirlo suonare. Forse quassù il troppo freddo ha raggiunto il fiato, solidificandolo, dell’ultimo zampognaro già da secoli. Ogni tanto passo, di rado ma non solo qui, quasi ovunque ed è stato un bel regalo per me poterti rileggere. Buon tutto “Ragazzo”, si buon tutto.

  3. Nella vecchia osteria passano ogni anno. E mio padre un piatto di pasta gliel’ha sempre offerta. Forse per questo tornavano. Gesti irripetibili, ricordi indelebili, suoni che restano nelle orecchie e finiscono nella pancia di chi crede ancora ai miracoli di Natale. P.S. Sono in tempo per gli auguri di fine anno e te li sparo con un raudo! RIdo.

  4. Sai cosa mi ha fatto avvicinare al tuo blog la prima volta? Quella foto di un bar. Io adoro i bar (benchè sia una femminuccia e non beva altro alcool che il vino e, a proposito, vada per il Picolit) e adoro il caffè. In particolare mi piacciono le soste mentre viaggio e la sosta per il caffè ha un che di salvifico che mi ricorda i miei primi anni di insegnamento e le aule gelate in paesini più piccoli di Pico. Era l’unico conforto, il caffè, ed è da allora che mi fa sempre quest’effetto. Comunque, passavo per caso, non avevo letto questo post e ti lascio gli auguri per l’anno appena iniziato. Poi, vedi tu se vuoi scrivere un altro post.Ciao

Lascia un commento